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14 febbraio 2017

I pici con le molliche e la rivoluzione delle 'ntamate




pane raffermo-Toscana-pici

Bionda con occhi grigio topo.



Mediamente alta verso il basso.



Mediamente sorridente.



Mediamente malinconica.



A guardarla bene l'espressione ricordava quella di una gallina, tipo Rosita, quella del Mulino Bianco. Gli occhietti roteavano ingenui, la testa si chinava a dir di si. Al marito, al padre, alla madre, al cane, al gastroenterologo e al direttore della banca dove lavorava.
Non prestava molta cura all'abbigliamento. Grigetto con una naturale inclinazione verso lo scozzese sbiadito.
Letizia, il suo nome.

Beffa del destino.



Io la guardavo sconcertata ogni volta. Non riuscivo a capire come riuscisse a non prendere mai una decisione, un colpo di testa. Che so, un tuffo in mare il 12 di marzo. Cosi tanto per dimostrare a se stessi che la follia è un abito colorato.
Conduceva la sua vita a piccoli passetti adoranti. I figli, un maschio e una femmina, avrebbero fatto incazzare di brutto anche la Montessori. Avidi, prevaricatori. Ma lei faceva finta di nulla. E sopportava con quella schiena sempre più china, sempre più curva. Le malelingue dicevano che la gobba si accentuava al crescere delle corna che il marito puntualmente le metteva. Con la vicina ,con l'insegnante di pianoforte, con la fioraia e voci di corridoi azzardavano pure con la suocera.




Ma di questo non ho prova e non vi racconterò.



Lei sapeva?
Noi pensavamo tutte di no.
Almeno fino alla sua sparizione.
Scomparsa, cosi, di punto in bianco, dalla sera alla mattina. Volatilizzata come se non fosse mai esistita. Ad allarmarsi fu proprio il gastroenterologo. Ora, a dirla tutta, noi avevamo sempre pensato che Letizia avesse preso tale medico come il suo confessore. Ci andava ogni mese, sempre un giorno dispari e sempre con largo anticipo.  "Non si sa mai" diceva lei.

 "E' fusa "pensavamo noi.



Del resto, c'era chi aveva il personal trainer, il personal coach, lei aveva il personal gastroenterologo. Che poi era proprio "personal", visto che venimmo a sapere che durante le visite tutto le controllava tranne le condizioni della cistifellea.



Rimanemmo sconvolti.



La cara e grigia Letizia con i suoi abiti scozzesi sbiaditi in realtà era una panterona gaudente.
Non è stata più trovata.
Ora, mi piacerebbe raccontarvi che il marito e i figli si consumarono come candele al pensiero di questa mamma e moglie scomparsa.
Il simil-lutto durò tre mesi appena. I ragazzi andarono via di casa e il marito si diede alla caccia di vedove facoltose.
L'unico pensiero che mi consola è che pare l'abbiano vista a bordo di una Harley, vestita di pelle nera e borchie, avvinghiata alle spalle di un baldo giovane muscoloso.
Ciao 'ntamata!

'Ntamata è un termine palermitano che sta ad indicare una persona perennemente rintronata, addormentata, passiva. A me piace pensare che molte volte, dietro un aspetto compassato,ingenuo e rinco.... si nasconda una furia!





Oggi un piatto della mia terra semplice e buono: i pici con le molliche. Ve li propongo in una versione eretica, che si discosta dalla versione ufficiale per la presenza dell' aglio e del peperoncino.

Questa ricetta è un sistema economico e gustoso per recuperare il pane avanzato!



PICI CON LE MOLLICHE


500 grammi di pici
300 grammi di mollica di pane raffermo, secca e sbriciolata
olio
parmigiano o pecorino
aglio e peperoncino

In una casseruola soffriggere uno spicchio d'aglio e un po' di peperoncino . Aggiungete le molliche di pane e fatele tostare, rimestandole con un mestolo per evitare che si formino delle briciole piccole. Una volta cotta la pasta, versate tutto nella casseruola, aggiungete il parmigiano a fate saltare per qualche minuto.






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17 agosto 2016

Il Chili di Jamie e giù le mani dalla mia privacy!!!




Videochiamate, skype, webcam.
E non basta.
Pochi giorni fa la notizia che presto sarà messa sul mercato un app che consentirà ovunque, comunque e a chiunque al costo della sola connessione, di telefonare guardando in faccia il proprio interlocutore
Io non ci sto
Io non voglio che qualcuno mi veda perché…
Rivendico il mio diritto di rispondere al telefono con il viso bianco per la maschera al cetriolo del Madagascar
Oppure con i bigodini.
Rivendico il diritto di rispondere struccata, spossata e stressata
Rivendico il diritto di parlare al telefono divorando tre etti e mezzo di patatine facendo finta  con chi sto parlando al telefono che siano foglie di insalata particolarmente croccanti.
Rivendico il diritto di fare boccacce e corna di ordinanza al mio interlocutore se non particolarmente gradito, nascosta da una cornetta e dal buio dell’etere.
Rivendico il diritto di nascondere il rossore che deriva da una telefonata attesa, desiderata, sognata.
Rivendico il diritto di parlare al telefono con i mutandoni della nonna o vestita come Madonna nel video “Material Girl”
Rivendico il diritto di parlare seduta, sdraiata o mentre faccio la verticale.
Rivendico il diritto di parlare al telefono e lucidare i rubinetti o girare il minestrone, senza dovermi preoccupare di porgere il mio lato migliore allo schermo del cellulare

Rivendico il diritto del mistero…anche durante una telefonata.
Perché guardarsi necessariamente negli occhi?
Perché non immaginare, pensare, fantasticare?
Io la videochiamata la tollero solo se chiama il lontano parente dall’Uzbekistan.


Chili d’estate?
Ebbene si e per delle ottime ragioni.
La prima è che questa è un’estate strana dal punto di vista meteorologico, è un’estate che chiama l’anguria a pranzo e la bagna cauda a cena.
E poi questo è un chili si cucina da solo, vi risolve il problema della cena in due e più due quattro e vi fa fare delle scarpette che ve le sognerete fino al cenone di Capodanno.
Basta avere l’accortezza di prepararlo a pranzo per gustarlo a cena,leggermente tiepido.
Come potete vedere dalle foto l’ho lasciato particolarmente liquido proprio per il fattore scarpetta.,
Voi regolatevi come meglio pensate.
Procuratevi solo pane.
Tanto pane.
E non dite che non vi avevo avvertito
E’ una versione spuria, il vero chili ha i pezzi di carne ..qui troverete la carne macinata per comodità.
Jamie usa i peperoni già grigliati.
Io vi propongo la mia versione, non avevo voglia di grigliarli a parte.





IL CHILI DI JAMIE

500 grammi di macinato di carne
400 grammi di fagioli rossi lessati
2 peperoncini freschi
4 spicchi di aglio
1 mazzo di prezzemolo
2 carote
1 cucchiaino di paprika (dolce o affumicata)
3 peperoni ridotti a dadini
2 cipollotti
1 cucchiaino di semi di cumino
800 grammi di pelati
1 stecca di cannella

Sbucciare e tritare insieme aglio, cipollotti, prezzemolo e peperoncini.
Soffriggerli in una casseruola con dell’olio e continuare la cottura a fuoco basso per circa 10 minuti (eventualmente aggiungete un po’ d’acqua per non far bruciare il soffritto)
Aggiungere le carote tritate insieme alla stecca di cannella e metà dei semi di cumino.
Cuocere per altri cinque minuti
Aggiungere i dadini di peperone e far insaporire.
Unire la carne e fatele prendere colore girandola spesso.
Unite i pelati (se volete potete anche passarli), prendete un barattolo dei pelati vuoto, riempitelo d’acqua e versatelo sulla carne.
Abbassate la fiamma, coprite e fate cuocere per circa un’ora e un quarto, un ‘ora e mezzo. Se necessario aggiungete altra acqua
Cinque minuti prima della fine della cottura aggiungete i fagioli, i semi di cumino rimasti, aggiustate di sale e di pepe.
Spegnete  e fate riposare.

Servite con un bel giro d’olio e del prezzemolo tritato


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29 luglio 2016

Torta albumi e cacao e offro lavoro !!





Ho deciso.
Cambio vita e mi butto nel business.
Per la precisione divento imprenditrice.
La fabbrichetta, eccolo il mio futuro.
E occhio che oltre la fabbrichetta ( da pronunciare rigorosamente in tono natural chic lombardo) do la possibilità del franchising.
Gratuito eh?
Non dovete tirar fuori un euro,  purchè mi promettiate che sia virale la presenza di tal fabbrichetta in tutti i luoghi e tutti laghi  J

Vorrete saper i particolari..
Subito serviti.
La fabbrica della gentilezza.
Perché gentile non è solo l’aggettivo per una candeggina
Perché porca la pupazza non se ne può più.
Tutti incazzati neri, tutti storti, tutti affamati di carne umana e che diamine.
Un’ epidemia che colpisce tutti.
Ti fermi per far attraversare il ragazzino sulle strisce e la macchina dietro strombazza e te becchi pure un efficientissimo  “ A bagascia te voi move”
Sei in fila al supermercato tutta tranquilla e ti ritrovi ad uscire in autoambulanza perché la vecchietta di turno ti ha fracassato le costole e ti ha procurato una fulminea rottura del malleolo perché doveva far prima di te.
Entri in un ufficio e garbatamente saluti.
Il nulla la risposta….
Oppure , è capitato alla sottoscritta una volta dopo essere entrata ed aver sorriso nel dire buongiorno,
sentirsi rispondere “ma che c.... ti ridi”
Oh my God.
Apriamola sta fabbrichetta.
Produciamo gentilezza come se non ci fosse un domani.
Perché la lama di una spada può esser fatta anche di fiori, non solo di metallo.



Albumi  avanzati ne avete?
Io si.
Sempre.
Ma mica posso campà di meringhe. O biscottini.
Stavolta ho scovato una torta.
E non storcete il naso dicendo che fa caldo.
E’ morbidissima.
E’ abbastanza leggera
Si fa in una battibaleno.
 Mezz'ora di forno.
Cinque minuti ed è sparita.

Vi ho convinto?
(la ricetta l'ho presa QUI ma ho modificato le dosi degli ingredienti)



Torta agli albumi e cacao

3 albumi
150 grammi di zucchero
30 grammi di cacao
170 grammi di farina
80 millilitri di olio
160 millilitri di acqua (gassata se potete)
1/2 bustina di lievito per dolci
1 pizzico di sale

Sbattete gli albumi a neve con il pizzico di sale e mettete da parte.
Nella ciotola mescolate olio, zucchero ed acqua.
Unite la farina setacciata con il lievito ed il cacao.
Mescolate bene fino a togliere tutti i grumi.
Unite gli albumi lentamente e mescolando sempre nello stesso verso.
Infilate in forno e cuocete a 180 gradi per circa 30 minuti.
Controllate con lo stecchino prima di tirarla fuori dal forno.
Fate raffreddare e spolverate con zucchero a velo.
Un consiglio, anzi due: accompagnatela con della panna semimontata aromatizzata con un po’ di cannella. Oppure servitela con del gelato a piacere!


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8 novembre 2015

I Biscotti con la confettura nell'impasto







Cosa sarebbe un frigorifero senza quei due,tre barattolini di confettura che girano aperti e tristi.
Tutti li vogliono e nessuno se li piglia.
Perchè la fase "confettura mon amour" è esplosiva nella mia famiglia e contagia tutti insieme, peggio della varicella.
Perchè una figlia:"Mamma a me quella d'albicocche"
Un'altra "Mamma quella di fragole".
In più a questa già urticante equazione ,ci si aggiunge il marito :"Io solo quella di ciliegie".
Perfetto.
La fase confettura-addict però dura mediamente un giorno e sette minuti.
Poi passa.

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11 febbraio 2015

Succo di frutta fatto in casa e le salviette detergenti autoprodotte




Se c'è una cosa che mi ingolosisce più di Johnny Deep è l'homemade.
Il fatto in casa.
L'autoprodotto.

L'autoprodotto è un viatico per l'anima:

-rafforza l'autostima
("ma quanto sono brava", esclamerete estasiate di fronte ad una ricottina fatta con le vostre manine)

-fortifica i legami matrimoniali
(caro, d'ora in poi il detersivo per la lavatrice non lo compreremo più" esclamerete di fronte ad un marito compiaciuto per l'improvviso rilassamento del budget familiare)

-chiude la bocca alle suocere
(volete mettere il consigliare a vostra suocera un rimedio super naturale economico ed efficace per far brillare il piatto doccia?La stenderete altro che "povero il mi figliolo")

Che ne dite novelle figlie dei fiori e aspiranti acquirenti della casa nella prateria,rispolveriamo gonnelloni, mutandoni e crocchie improbabili?

La produzione casalinga è ovviamente alimentare ma riesce a strizzare un occhio anche ai detersivi.

Sia chiaro.
Io provo, sperimento.
Non tutto va bene, non tutto fa il proprio lavoro.

Ultimamente ho realizzato un detersivo per la lavatrice che manco le cascate del Niagara secondo me avrebbero potuto toglierlo dai vestiti.
Ci sono voluti tre risciacqui extra.
Alla faccia del risparmio e dello spreco.

Per questo quando trovo una ricettina valida, che funziona mi piace condividerla.

Questa che vi propongo oggi è di una semplicità estrema.
Quante di voi utilizzano le salviette detergenti per pulire?

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27 novembre 2014

La torta del pane e del latte



Detesto buttare il pane.
Il pane per me è il bisogno primario, ancestrale.
E' il cibo per antonomasia.

Mi capita di comprarne troppo.
E quel pane che poi perde la sua sofficità e diventa raffermo mi provoca un sordo dolore al fianco.
E non è la sciatica, credetemi!

Sono sempre alla ricerca di nuove ricette per riciclare, per dare nuova vita all'ingrediente "sacro".
Un tempo erano le solite polpette di pane, era il pane grattugiato, i crostini al forno con la mozzarella e il prosciutto...

Quand'ero piccina era il pane bagnato con lo zucchero, con l'olio e il pomodoro oppure la ricetta che ogni epatologo ti avrebbe consigliato a pranzo ,colazione e cena: il pane passato nell'uovo e fritto.
Leggerino eh?

Ultimamente mi sono appassionata ai dolci realizzati con il pane raffermo.

Oggi ve ne propongo uno che a me sa di infanzia, di candore...fosse solo per il nome che vanta...

La torta del pane e del latte.
Ammaliante vero?

Una terra di pascoli e di latticini eccellenti.
Questa è una torta semplice, di recupero ma che veniva utilizzata anche nei giorni di festa.

Rispetto alla ricetta originale io ho omesso le noci (sostituite con le nocciole)  e modificato il procedimento, snellendolo nei tempi.Ho tolto anche il cacao Volevo una torta candida, come anticipato dal nome stesso.
Che dirvi?
E' sparita in un attimo.




TORTA DEL PANE E DEL LATTE 

(ricetta modificata dalle "ricette d'oro delle osterie italiane")

300 grammi di pane raffermo
1 litro di latte
150 grammi di zucchero
2 uova
50 grammi di granella di nocciole
100 grammi di uvetta ammollata
1 cucchiaino raso di lievito per dolci
1 bicchierino di grappa o se si preferisce un liquore dolce

Cottura:180 gradi in forno statico per trenta minuti circa
Stampo:rettangolare o se lo utilizzate tondo con diametro non più grande di 24 centimetri

Mettete il pane in un contenitore con il latte. Lasciarlo ammorbidire per un pò. Strizzarlo bene bene con le mani e sistemarlo in una ciotola. Aggiungete tutti gli ingredienti. Mescolate per rendere il composto omogeneo e rovesciarlo poi nella teglia imburrata e cosparsa di pangrattato. Cuocere in forno caldo (prima di tirarlo fuori infilate uno stecchino nella torta.E' pronta se lo stecchino uscirà pulito).
Fate raffreddare e cospargete di zucchero a velo

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17 ottobre 2014

Torta di pane e spinaci...la sfida della cucina degli avanzi



La cucina degli avanzi.

Mi piace.
Mi piace e mi rende fiera di non aver buttato nulla.
Anzi.

Con poco e con tanta fantasia è incredibile i piatti che si riescono a tirar fuori.
A volte la cucina ha modi e ingredienti mirabolanti e estremamente costosi.
Ricette meravigliose e altisonanti.

Ma...
la cucina povera esercita su di me un fascino arcaico,ammaliante.
E' una sfida continua.

Una sfida che questa ricetta ha vinto alla grande.
L'ho vista da Mariangela ,una blogger alla quale sono particolarmente affezionata.
Una di quelle blogger silenziose, che entrano in punta di piedi.
Brava, precisa ,simpatica.

Con tante idee che tira fuori dal cappello e con poco ti stupisce.
Questa è la sua torta di pane.
Questa è l'unica maniera che ho di far mangiare la frittata alla piccola.

Prendi del pane raffermo, delle uova, della provola,degli spinaci e tiri fuori un secondo piatto buonissimo.

Il passaggio in forno gli regala morbidezza ma allo stesso tempo gratina con cura e rende croccante la parte superiore.

Inganni i sensi e la vista perchè non sai se stai mangiando una frittata o una torta croccante.

Io ho seguito con qualche variante la ricetta di Mariangela
Ma la ricetta si presta a varie interpretazioni.
L'ultima volta l'ho proposta con i resti di una peperonata.
Divina anche in questa versione.

E' una ricetta a tutto tondo.
Un abile contenitore per smaltire quello che avanza.

Gusto, risparmio e rispetto per il cibo.
Non posso pretendere di più.





TORTA DI PANE E SPINACI

120 gr pane raffermo
200 gr spinaci
2 uova
3 cucchiai di parmigiano grattugiato
100 gr pancetta affumicata
100 gr provola dolce
latte
olio
sale e pepe


Prendere gli spinaci già cotti e passarli brevemente in padella con uno spicchio di aglio.
Scaldate il latte.
Versatelo sul pane per farlo ammorbidire.
Lavoratelo brevemente ,giusto per ammorbidirlo un pò, senza farlo diventare eccessivamente sfatto.
Sbattiamo le uova con il parmigiano. Uniamole al composto di spinaci, aggiungiamo il pane,la pancetta , la provola tagliata a dadini.
Aggiustiamo con il sale e il pepe (io ho aggiunto anche 1 cucchiaino di paprica dolce).
Accendete il forno a 180 gradi.
Foderate una teglia con carta forno (io la bagno cosi rilascia umidità durante la cottura mantenendo cosi il composto ben idratato).
Cuocete per una ventina di minuti.
Eventualmente passate sotto il grill brevemente per rendere croccante la parte superiore.


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20 agosto 2014

Il Labneh ,anche se sembra....e l'autoproduzione che avanza





Quell'espressione un pò cosi, quella faccia un pò cosi che abbiamo noi.....
quando osserviamo qualcosa che hanno creato le nostre mani, la nostra pazienza, e perchè no, anche la nostra curiosità.

Mi perdonerà Paolo Conte se utilizzo in maniera impropria le parole della sua famosissima canzone.

Ma la canticchio ogni volta che sono di fronte ad una "Autoproduzione".
Qualcosa realizzato da me.

E' vero.
Farsi le cose da soli comporta pazienza, dedizione, attesa.
Ma il risultato ripaga di ogni fatica



E poi l'estate con i suoi ritmi rallentati sonnolenti presta il fianco all'attesa.
Al progetto e alla realizzazione.
E alla scoperta di quello che mai avresti detto.
Io mi sono scoperta paziente.

Non avrei scommesso un soldo su questo lato del mio carattere.
Io, che corro persino quando cammino.
Io che cerco la soluzione semplice a qualsiasi problema.

Io sono paziente.

Ve lo ricordate lo yogurt che abbiamo fatto noi con minimo spreco di energia e di risorse?
Ne abbiamo parlato QUI.

Quello yogurt è la base per la realizzazione di tante cose.
Una di queste  è il labneh.
Soffice formaggio libanese.
Un ottimo equilibrio tra dolce e acido.

Una base anch'esso per ottenere squisiti piatti che mano mano proverò.

Però sapete una cosa?
A me 'sto formaggio mi ricorda tanto uno che è presente da tempi immemorabili sulle nostre tavole...
La consistenza e il sapore sono quelle.


Farlo è semplicissimo.
Basta una nottata di riposo.
E poi potete gustarlo da solo, al naturale.
o aromatizzato con basilico,origano,un pò di pepe.
Come base per delle squisite tartine:




LABNEH

500 gr yogurt (possibilmente autoprodotto, ricetta QUI)
1 cucchiaino scarso di sale fino (ma potete anche ometterlo,il gusto del labneh sarà più dolce)



Solo questi due ingredienti!
Allora procuratevi o delle garze o un tovagliolo possibilmente bianco ( procuratevene uno che laverete solo col sapone di marsiglia senza ammorbidente e che terrete da parte sempre per questo uso).
Prendete anche un colino a maglie fitte e un contenitore dove poggiare tale colino,in maniera tale che lo yogurt possa scolare liberamente senza toccare il fondo del contenitore.

Foderate con il tovagliolo il colino e adagiatevi lo yogurt previsto, nel quale avrete sciolto il sale. Appoggiate il colino sopra un contenitore e mettete in frigo per almeno otto ore.

Al termine di questo periodo troverete del siero nel contenitore e il labneh formato all'interno del tovagliolo.
Non vi resta altro che trasferirlo in un contenitore e gustarlo nella maniera che più vi piace!






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12 agosto 2014

Confettura di pesche tabacchiere e vaniglia e l'amore per un vulcano




Lei mi piace un sacco.
Ovviamente la migliore l'ho assaggiata "in loco" proprio alle pendici dell'Etna.
Tra un boom e l'altro dell'amato Vulcano.

Non so quante volte ho calpestato quel suolo che solo una parola descrive bene.
Lunare.


Non so quante volte ho ascoltato racconti dalle bocche di anziani, sempre rispettosi del loro amato Mongibello.
Il velo di S. Agata che ferma l'eruzione a Catania diventando improvvisamente color del sangue e bruciacchiandosi.
O la leggende del contadino che prepara un tavolino con pane e vino per la lava incombente.
O l'immensa colata che risparmia una chiesetta , girandole intorno.


Ogni volta però è come se fosse la prima.
Perchè tra me e sua maestà l'amore è nato subito vent'anni fa.
Quando me la sono trovata davanti cosi, inaspettatamente, nel tragitto da Messina a Catania.
Da allora non mi sento in Sicilia se prima non trovo lei.
Il mio amato punto di riferimento.
Con il suo amato pennacchio, con le eruzioni che spesso ho visto dalle finestre dei miei suoceri.
Con i frutti che nascono da un terreno apparentemente inospitale, arido, degno della migliore scena infernale dantesca.

Come questa cara platicarpa.
Ovvero pesca piatta.
Dolce e succosa.
Sa di sole,chevvelodicoafà!

Me la sono portata su con me quest'anno, nella capitale.
Errore madornale.
Il caldo l'ha resa troppo matura.
Ben mi sta.
Certe cose vanno gustate e apprezzate in loco.
Perchè a volte il luogo è importante tanto quanto il sapore.


E allora...è stata confettura.
Perchè di buttare non se ne parla proprio.
Si crea, si ricicla, ci si inventa.

Una cascata di tabacchiere impreziosite dall'estratto di vaniglia (fatelo a casa,è tutta un'altra cosa!).

Un pò sul pane, un pò in una crostata,un pizzico nello yogurt.
Buona e delicata.
E semplice.



CONFETTURA DI PESCHE TABACCHIERE E VANIGLIA

1  kg pesche tabacchiere
1 limone
1 cucchiaio di estratto di vaniglia
250 gr zucchero.

Sterilizzate come prima cosa i barattoli in vetro (io utilizzo barattoli piccoli, in maniera tale da consumarli abbastanza velocemente dopo l'apertura e non avere cosi problemi di conservazione). Bollire insieme ai rispettivi tappi per quindici minuti. Fateli raffreddare nell 'acqua stessa e tirateli fuori asciugandoli bene.
Tagliate a fettine piccole le pesche ( il loro peso va inteso una volta tolta buccia e nocciolo).
Mettetele in una casseruola insieme a tutti gli ingredienti e iniziate lentamente la cottura.
Io ho impiegato all'incirca un tre quarti d'ora. Fate la prova con il piattino. Posizionate una goccia di marmellata al centro. Inclinate il piatto. Se la marmellata non scivola via vuol dire che è pronta.
Mettetala nei vasetti sterilizzati.
Cercate di tenere pulito il bordo e chiudete con i tappi.
Mettete i barattoli a testa all'ingiù, fino al raffreddamento.
Sistemate in dispensa, al buio e consumate almeno dopo due giorni.
Una volta aperto il vasetto consumatelo in una settimana, riponendolo in frigo.




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